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LA MAGICA STORIA DEI TAROCCHI


LA CINA

Come la Cina è la terra d’origine della carta, così è il luogo di probabile invenzione delle carte da gioco.
Le cronache antiche riferiscono che la scoperta della carta e del procedimento per la sua realizzazione furono inventati nel II secolo a.C. in Cina. In quell’epoca, l’eunuco Ts'ai Lun presentò all'imperatore i primi fogli di tale materiale.
Le condizioni che consentirono questo sviluppo sono da attribuirsi alla presenza delle materie prime insieme con l’esistenza di flussi uniformi d’acqua pura. La sperimentazione era stata favorita, inoltre, dall’elaborazione di tecniche artigianali, desunte dalla conoscenza alchemica cinese.
Già a far data dal II secolo d.C., in questa regione si trovarono iscrizioni su carta.

Per quanto riguarda le carte da gioco, invece, la scarsità di fonti e la difficoltà dell’interpretazione della lingua lasciano ancora molti lati oscuri nella storia delle prime carte cinesi.
Verso la fine del 1800, l'antropologo Stuart Culin e il sinologo Sir William Henry Wilkinson fecero ricerche approfondite in questo ambito.
Wilkinson riporta che il termine cinese moderno che indica sia il domino che le carte da gioco è p'ai. Non c’è, quindi, differenza tra le carte ed il domino in Cina, il termine p’ai sottintende ‘quelle cose piatte e squadrate che si usano per giocare’.

Il domino cinese, contrassegnato da punti come i dadi (da cui forse deriva) era probabilmente utilizzato all’origine come pratica divinatoria. Esso è composto da 21 pezzi, la sintesi delle combinazioni di due dadi, undici di questi sono doppi, in modo tale da ottenere un gioco con 32 pezzi.

Se una distinzione linguistica è possibile, questa è legata al termine chih p'ai, ovvero ‘p’ai di carta’ e ya p'ai o ku p'ai, ovvero ‘p’ai d’avorio’ o ‘d’osso’. Infatti, gli stessi giochi sono fatti sia con le carte che con le tessere (un po’ come il mah jong, che può essere giocato sia con le carte che con le tavolette). Alcune fonti sostengono che le carte sarebbero state attaccate su piccoli pannelli per permettere il gioco anche in condizioni di forte vento, mentre altre fonti ritengono più probabile che le carte non furono altro che un alleggerimento delle tessere.
All’epoca di Wilkinson, nella lingua scritta erano d’uso anche i termini yü-p'u e yeh-tzâ rispettivamente ‘strisce’ e ‘fogli’. Erano questi i termini con cui si designavano due giochi cinesi, il primo dei quali già conosciuto nel III secolo d.C., mentre il secondo fu popolare nel X secolo d.C.
Wilkinson sostenne che queste carte ebbero origine da antichi volumi. Questi erano prodotti originariamente in forma di rotoli, poi in testi con pagine staccabili per permettere una più agevole consultazione. L’utilizzo per motivi di divertimento avrebbe – in seguito – apportato una riduzione delle dimensioni dei fogli (l’origine è ascrivibile alla metà dell'VIII secolo).

Le carte con semi corrispondenti a monete s’ispirano all'antica monetazione locale, come dimostrano i semi del gioco. Le ku p'ai erano, infatti, carte basate su tre semi, che Wilkinson fece coincidere con Jian (o Qian) ‘monete, denaro’, Tiao ovvero ‘bastoni, oggetti lunghi’ e Wan ‘miriadi, 10.000, decine di migliaia’.
La serie delle carte si completava attraverso altri tre soggetti: Qian Wan (‘Mille Miriadi’, oppure ‘Vecchio Mille’); Hong Hua, ‘il fiore rosso’ e Bai Hua, il ‘fiore bianco’ per un totale di 120 carte. Alcune serie avevano un diverso numero di carte (simili al jolly dei nostri mazzi moderni), che poteva variare fino a sei carte in più.
Wilkinson afferma che il nome di questo gioco poteva anche essere Ma Jue, divenuto in seguito nei paesi occidentali mah jong. Wilkinson descrisse anche un terzo stile di carte antiche, (lat chi ‘carta straccia’, per Culin), che similmente al gioco del ku p’ai aveva quattro semi.
Questi erano Wen (ovvero ‘Cash’, l’antica moneta forata Cina, col valore più basso), Suo (‘corde’ o ‘stringhe’, che servivano per infilare le monete), Wan (‘miriadi’ o ‘10.000’), e Shi (‘decine’ o ‘10’). Secondo Wilkinson potevano rappresentare Monete; Stringhe, Rouleaux e Lakh (ovvero ‘centinaia di migliaia’). Secondo Culin, invece, erano: Monete, Stringhe, Decine di migliaia e Decine.
Il Wen, il seme dei denari, è raffigurato con un simbolo stilizzato di moneta (il Cash appunto); il Suo, o ‘stringhe’ raffigurano le monete infilate nella corda (antenata del moderno borsellino) in una serie di righe parallele; il Wan, cioè le ‘miriadi’ o ‘moltitudini’ si ispirano ad un ciclo di racconti cinesi, trascritto nel XIV secolo, lo Shui-hu Chuan, tradotto come ‘il margine dell’acqua’, in questo seme i valori non sono indicati da simboli, ma da numeri cinesi (dall’1 al 9); a volte questo seme è sostituito dal guan (in cantonese gun), ovvero ‘perforare’ ‘passare attraverso’ o ‘stringa di mille monete’. Gli ideogrammi dei due termini possono essere ritenuti intercambiabili.
Il mazzo era, poi, composto da altri due soggetti: il ‘Fiore Bianco’ e il ‘Fiore Rosso’. Questi motivi assomigliano al seme di Wan, infatti, sono ispirati dal medesimo ciclo di racconti.
Una carta speciale del mazzo è Gui (Gwai in cantonese), tradotto ‘diavolo’ o ‘fantasma’, rappresentato da un personaggio (l’unico a colori) maschile con abiti tradizionali cinesi. I valori numerali delle carte andavano dall’1 al 9.
Non è chiaro quale gioco abbia originato l’altro, tra il ku p’ai e il lat chi, anche se è probabile che siano derivati da uno stile unico più antico.
Del gruppo di carte ispirato alle ‘monete’ fa parte anche lo stile a quattro semi, chiamato Hakka e le carte vietnamite da Bâ´t.

I semi delle carte cinesi possono essere divenuti, in Occidente, i tradizionali semi delle comuni carte da gioco: le Stringhe sono simili a canne, sdoppiate poi in Spade e Bastoni; i Cerchi o Palle, invece, ispirano gli Ori; mentre le Decine di migliaia diventano le Coppe, per una probabile interpretazione errata degli ideogrammi relativi.
Nel XII secolo circa, comparirono i primi mazzi di cartone pressato al posto delle tessere d’osso o d’avorio e, nel 1120, un imperatore divulgò il gioco su tavolette riportanti vari simboli di virtù.

Alcune carte cinesi, poi, hanno lo stesso nome dato agli scacchi, Keu-ma-pou o ‘carri, cavalli e fucili’, in questo caso è possibile un’assonanza con tale gioco.

Come fecero queste carte a raggiungere l’Europa?
È ancora Sir Wilkinson a proporci una risposta, attraverso l’intermediazione dei primi avventurieri che affrontarono il lungo viaggio verso il XII-XIII secolo.
Egli afferma che lo Zani in una sua nota scrisse di un certo Abbé Tressan, che gli mostrò – a Parigi – un mazzo di carte cinesi, raccontandogli che le aveva ottenute da un Veneziano, il primo a portare le carte in Europa. Forse Niccolò Polo, che, con suo fratello Matteo, ritornò dalla Cina nel 1269, o – perché no? – il celebre Marco Polo…

Secondo Wilkinson, le coincidenze tra i primi mazzi europei ed il ku p'ai sono numerose, ed i suoi principi sono simili ai giochi dei Tarocchi; infatti, il ku p'ai include anche un certo numero di carte emblematiche.
Anche il nome dei differenti semi ha una logica nei giochi cinesi, al contrario non ne ha nessuna in Europa. Si è tentato un collegamento tra le varie classi sociali (bastoni/contadini; denari/commercianti; spade/nobiltà e coppe/clero) oppure ancora si è cercato di ricondurre i semi a simboli delle virtù (Fortezza, Carità, Giustizia e Fede), ma nessuna di queste spiegazioni è così soddisfacente come, invece, la connessione con le carte cinesi.
Il segno dei Denari italiani è quasi identico a quello dei Cash cinesi, e i Bastoni che apparvero in Italia nel XVI secolo, chiamati anche Colonne, hanno una grande somiglianza con le carte ku p'ai, nelle quali può anche intendersi l’immagine di Spade. Per quanto riguarda le coppe, invece, è probabile che il geroglifico cinese abbreviato di wan, visto da un occhio occidentale (cioè da destra a sinistra, e non da sinistra a destra come d’uso in Cina) e capovolto può prendere le sembianze di una coppa.

ovvero

Il Re ed il Fante (o Regina) sono i prototipi del ‘Vecchio Mille’ (ovvero una carta dal valore numerico superiore alle altre, proprio come il Re) e del ‘Fiore rosso’, mentre il Cavaliere rappresenta il ‘Fiore bianco’ che spesso appare a cavallo.
Inoltre, nel Ku p’ai vi erano tre carte non numerate, così come nei mazzi europei.
Anche la numerazione dei 22 Arcani Maggiori dei Tarocchi potrebbe essere mutuata dalle carte cinesi, che a loro volta – come abbiamo visto – affondano le loro radici nel gioco dei dadi e del domino. Quest’ultimo ha appunto 21 combinazioni possibili alle quali va aggiunto lo zero, che nel domino era rappresentato da carte in bianco, usate esattamente con lo stesso valore de Il Matto dei Tarocchi.

Si conclude così il nostro primo viaggio coi Tarocchi alla ricerca delle loro radici, ma è già ora di partire per un altro luogo magico… l’India e le sue carte.