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LA MAGICA STORIA DEI TAROCCHI
«Ciò che colpisce subito, nei Tarocchi, è il numero 22, che è esattamante il numero delle lettere dell'alfabeto ebraico. Ci si può quindi chiedere se non è per caso agli ebrei che noi dobbiamo le nostre ventidue figure cabalistiche.»
Si giunge così ad una corrente di pensiero che vede nei tarocchi la rappresentazione della saggezza della cabala ebraica.
Pubblicò il suo Dogme et Rituel de Haute Magie, in cui si legge il suo modo di trattare la magia, intriso della consapevolezza che il cristianesimo originario era in perfetta armonia con la scienza dei maghi. Egli ritenne possibile la resurrezione attraverso vari metodi, tra cui l'utilizzo di amuleti e talismani, sintetizzando magistralmente tutto lo scibile ermetico.
Di Eliphas Lévi, altre opere, ancora oggi di grande interesse, sono: La Chiave dei Grandi Misteri, La Scienza degli Spiriti, Paradossi della Scienza Suprema, di quest’ultima opera riportiamo alcuni brani:
LA CABALA
(Oswald Wirth, I Tarocchi)
I simboli contenuti nell’iconografia di alcune lamine di tarocchi si trovano anche nelle profezie di Ezechiele e di san Giovanni.
Si è ipotizzato anche che i Tarocchi, a livello arcaico, fossero medaglie dalle quali, in seguito, si fabbricarono talismani. Infatti, le clavicole, o piccole chiavi di Salomone, sono trentasei talismani che recano sessantadue sigilli analoghi alle figure geroglifiche dei tarocchi.
Questi sigilli, farebbero parte, inoltre, del libro delle trentadue vie, e la loro spiegazione si trova nel testo attribuito ad Abramo, ovvero il Sepher Jézirah.
Questi leggono nel termine tarocchi un evidente collegamento con rota, la ‘ruota’, da cui ‘tarot’ e ‘Torà’.
«Le idee espresse per mezzo dei numeri e delle lettere sono realtà incontestabili. Queste idee si collegano e concordano come i numeri medesimi. Si procede logicamente dall'uno all'altro. L'uomo è figlio della donna, ma la donna esce dall'uomo come il numero dall'unità. La donna chiarisce la natura, la natura rivela l'autorità, crea la religione che serve di base alla libertà e che rende l'uomo maestro di se stesso e dell'universo, eccetera. Procuratevi un mazzo di tarocchi (ma credo che ne abbiate uno) e disponetelo in due serie di dieci carte allegoriche numerate da uno a ventuno. Vedrete tutte le figure che chiariscono le lettere. Quanto ai numeri da uno a dieci, vi troverete la spiegazione, ripetuta quattro volte, con i simboli del bastone, o scettro del padre, la coppa delle delizie della madre, la spada, o le lotte dell'amore, e i denari, o fecondità. I Tarocchi sono nel libro geroglifico delle trentadue vie, e la loro spiegazione sommaria si trova nel libro attribuito al patriarca Abramo che si chiama Sepher Jézirah[…]
È da questo libro che sono derivati i nostri mazzi di carte. Le carte spagnole portano ancora i principali segni dei tarocchi primitivi, e ci si serve di essi per giocare al gioco del Phombre, cioè dell'uomo, reminiscenza vaga dell'uso primitivo di un libro misterioso contenente le tappe regolatrici di tutte le divinità umane.
Gli antichissimi tarocchi erano delle medaglie delle quali, in seguito, si sono fatti dei talismani. Le clavicole, o piccole chiavi di Salomone, consistono in trentasei talismani che recano sessantadue sigilli analoghi alle figure geroglifiche dei tarocchi. Queste figure, alterate dai copisti, si ritrovano ancora nelle antiche clavicole manoscritte che si trovano nelle biblioteche. Esiste uno di questi manoscritti nella Biblioteca Nazionale e un altro nella Biblioteca dell'Arsenale. I soli manoscritti autentici delle clavicole sono quelli che contengono la serie dei trentasei talismani con i trentasei nomi misteriosi; gli altri, per quanto antichi siano, appartengono alla fantasia della magia nera e non contengono che mistificazioni.
Vedete, per la spiegazione dei Tarocchi, il mio Dogma e rituale dell'alta magia.»
Queste parole dono di Alphonse Louis Constant, ovvero Eliphas Lévi (vedi immagine), nato a Parigi nel 1810. Studiò in una scuola retta da ecclesiastici, il seminario di Saint-Nicolas-du-Chardonnet, per essere poi condotto a seguire la via religiosa.
Divenne diacono, ma una giovane studentessa, Adéle Allenbach, risvegliò in lui il sentimento e l'amore, tanto da spogliarsi degli abiti talari. In seguito a tale avvenimento la madre si suicidò ed egli cadde in un profondo malessere. Seguirono lavori precari e l'adesione al partito socialista, che lo portò per tre volte in carcere. Nel 1846 sposò Noémi Cadiot, che lo abbandonò nel 1853, aprendo definitivamente in lui l'interesse verso l'esoterismo, anche per via dei contatti con una gruppo di tendenza socialista della Massoneria Francese.
Conobbe così il grande occultista polacco Hoëné Wronski, attraverso cui apprese i misteri della cabala e della numerologia, e trasformò il proprio nome in Eliphas Levi Zahed. Un canale di studio e di ricerca, soprattutto, fu prescelto dall'ex sacerdote francese: la cabala (mistica tecnica ebraica).
Gli ultimi anni della sua vita a Parigi furono i più prolifici da un punto di vista di produzione letteraria. 
Attraverso i suoi testi si ampliarono gli studi sui tarocchi, che egli collegò al mondo ebraico, trovando un'attinenza tra le ventidue lettere dell'alfabeto ebraico e le lamine degli arcani maggiori e proponendoli al pubblico dei veri studiosi di percorsi iniziatici nella loro autentica natura di simboli essenzialmente cabalistici.
Questi sarebbero dei contenitori di suprema saggezza cabalistica, tramandati dai sacerdoti del Tempio di Re Salomone, quando questo fu distrutto.
Da questi studi si aprì la via ad un nuovo modo di intendere le carte divinatorie, approdato agli scritti di noti autori come Oswald Wirth ( che affermò che il numero 22 legato agli Arcani Maggiori dei Tarocchi era esattamente il numero delle lettere dell'alfabeto ebraico), Arthur E. Waite e Aleister Crowley (vedi alcune lamine di Aleister Crowley qui sotto).

«Vivere è soffrire; saper come vivere è essere felici.
Amare è obbedire; saper come amare è dominare.
Parlare è fare un rumore; saper come parlare è fare una melodia.
Cercare è tormentare se stessi; saper come cercare è trovare.
Usare è spesso abusare; saper come usare è godere.
Praticare la magia è da ciarlatano; conoscere la magia è da saggio.
Credere senza conoscere è da pazzo; conoscere senza credere è da insensato; la vera conoscenza porta con sé la fede.
L'uomo che sa non ha più motivo di dubitare; quando lo Spirito non dubita più la verità cessa di esitare e l'uomo raggiunge ciò che vuole».
Così, Eliphas Lévi, nel 1855, nel Dogma dell'Alta Magia e nel Rituale dell'Alta Magia, descrisse dunque i 22 Arcani Maggiori come emanazione delle 22 lettere dell'alfabeto ebraico, facendo un chiaro riferimento alla cabala, creando un sigillo nel sigillo.
Seguirono l'impronta cabalistica il gruppo Hermetic Order of the Golden Dawn e Papus che, nel suo libro I Tarocchi degli Zingari, affermò che i tarocchi erano caratterizzati da una forte impronta derivata da questa tecnica mistica ebraica.
Anche questa teoria però non convince gli storici, e questo spinge a cercare oltre, a cercare ancora…