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MAGIC ORIGINS OF TAROT
I tarocchi trovarono la loro massima diffusione in Europa, tra la fine del Medioevo e il Rinascimento, anche nelle corti signorili dell'Italia settentrionale. Molti studiosi hanno cercato di rilevare la data corretta attraverso l’analisi della vita di questa famiglia, in quanto, molto spesso, queste stampe avvenivano per commemorare eventi particolarmente risonanti. Per esempio risulterebbe una visita di Bianca Maria di Savoia a Ferrara nel 1440, dove probabilmente venne a conoscenza del lavoro su queste carte e ne fu influenzata al punto di commissionarne un mazzo, conosciuto poi come 5x14.
Naturalmente ciò non è storico, ma nel caso in cui lo fosse, potrebbe essere che Cary lo dipinse nel 1441 in occasione del matrimonio di Francesco Sforza e Bianca Maria.
Le 50 lame sono suddivise in cinque gruppi di 10 carte; nel primo gruppo sono rappresentati i simboli dei pianeti che seguono le concordanze aristoteliche; nel secondo le virtù e le scienze corrispondenti; nel terzo le Arti Liberali; nel quarto Apollo e le Muse; nel quinto i ceti sociali.
Appaiono fondamentali testimonianze, che attestano la presenza del gioco dei tarocchi presso i Savoia dal 1401 al 1761, anno di nascita della Fabrique Royale di Torino, e poi fino all’Unità d’Italia (1861).
L'ordinamento e i soggetti dei 22 trionfi sono un po’ differenti da quelli del tarocco marsigliese, come appare qua di seguito.
Nomi in dialetto Italiano tarocchi di Marsiglia
Il tarocco bolognese, inoltre non ha scritto sulle carte i nomi dei soggetti, mentre forse attorno alla fine del XVIII secolo, su alcune di esse apparvero numeri arabi.
I 22 trionfi del tarocco bolognese sono tradizionalmente chiamati dai giocatori con i loro nomi dialettali.
LA MAGICA STORIA DEI TAROCCHI
L’ORIGINE DEI TAROCCHI IN ITALIA
Filippo Maria Visconti, duca di Milano, appare uno dei personaggi chiave nel mondo dei trionfi. Egli, per celebrare la futura nascita di un figlio, che mai avrebbe creduto di poter avere, commissionò uno dei più importanti mazzi di tarocchi italiani (1424), per i quali furono scelte sedici divinità tra quelle legate al pantheon greco. L’anno seguente avvenne la nascita dell’erede, ma anziché essere un maschio, come sperava, questo fu di sesso femminile, Bianca Maria Visconti. Ciò modificò in seguito il simbolismo delle singole carte.
Appare poi una prova basilare in relazione a questo mazzo storico, ovvero un manoscritto di Martiano da Tortona, dal quale si evince che la commissione del mazzo di tarocchi sarebbe antecedente alla data sopra riportata. Questi tarocchi che mostravano le divinità greche non erano molto conosciuti e Martiano ne scrisse più volte, divenendo in questo modo il ‘primo scrittore di un libro di tarocchi’.
Questo mazzo, dopo il 1440, constava di 5x14 carte numerate che poi giunsero a 4x14 carte, più quelle della Corte, insieme ai 22 arcani maggiori (21 più il Matto).
La storia poi ricorda che prima del 1420, era già presente in Italia un certo interesse per il gioco delle carte. Dal 1420 al 1429 apparvero le prime leggi atte a regolamentare il gioco delle carte nella regione di Milano e intorno a Firenze. Nel 1422 appare il primo documento che attesta tale gioco alla corte ferrarese, che poi diverrà una delle più importanti fonti storiche relativi alla nascita dei tarocchi in Italia. L’anno successivo Bernardino da Siena predica contro l’uso dei tarocchi e dalle sue parole si evince che la struttura del mazzo era di 4x14 carte numerate.
Nel 1423 Parisina, presso la corte estense, importa otto carte relative a figure di Imperatori da Firenze. Negli anni 1424/1425 appare il mazzo di Michelino. Nel 1425, il ‘trionfo’ di Filippo Maria Visconti segna la nascita dei trionfi cartacei. L’anno successivo il mazzo Karnöffel appare nella Germania del sud, a Nördlingen. Negli anni dal 1427 al 1431 appaiono le carte tedesche più antiche e preziose, che ancora oggi si tramandano. Nel frattempo appaiono i tarocchi Cary-Yale, le carte Rothschild, i Guildhall e le Goldschmidt.
Nel 1423 le carte degli Imperatori si presentano a Ferrara, importate direttamente da Firenze. Dopo un lungo periodo di sosta, nel 1450 riappaiono grazie alla commissione effettuate da Leonello d’Este
Le Rothschild fanno parte della collezione Edmond Rothschild e si possono ammirare al Museo del Louvre a Parigi, mentre esiste una carta addizionale, che secondo l’ipotesi di Kaplan farebbe parte dello stesso mazzo, che invece si trova nell’Archivio della Biblioteca di Bassano del Grappa. La misura di queste carte è di cm. 18,9x9. Alcune di queste sono carte della Corte, mentre solamente una o due sarebbero trionfi. Seguendo l’ipotesi di Dummett una sarebbe l’Imperatore, mentre secondo Kaplan il Papa, l’Eremita o il Mondo. La carta presente a Bassano del Grappa sarebbe invece il Cavaliere di Spade.
Secondo alcune ricerche riservate si evince una teoria proposta da Luciano Bellosi, ovvero che queste carte sarebbero state dipinte dal fiorentino Giovanni Del Ponte, morto nel 1437/38. Se ciò risultasse vero, questo mazzo sarebbe più antico di quello dei Visconti Sforza, che al momento detiene il primato in questo senso. Questa possibilità nasce da un confronto pittorico tra le opere di Del Ponte e precisamente da un trittico dove appare San Giorgio che uccide il drago che somiglia particolarmente al Cavaliere presente nella carta a Bassano del Grappa.
Per il mazzo Cary-Yale appare molto difficoltosa la datazione, che varia dal 1428 al 1441, fino al 1468, senza dati storici certi. 
Il mazzo Cary-Yale fu poi concluso nel febbraio del 1442, quando Leonello d’Este commissionò alcuno mazzi da pittore Sagramoro.
In questo modo decadrebbe l’ufficiosa nascita di questo mazzo nel 1468.
I tarocchi detti del Mantegna si collocano in una categoria a parte e vengono considerate come ‘carte didascaliche’. É risaputo che non state realizzate dal celebre artista, ma da un pittore di scuola del circolo veneziano o ferrarese che le dipinse tra il 1470 ed il 1485.
Tra le Classi Sociali appaiono il Mendicante, il Valletto o il Fante, l’Artigiano o l’Orafo, il Mercante, il Gentiluomo o il Nobile, il Cavaliere, il Doge, il Re, l’Imperatore, il Papa.
Nelle Arti spiccano Calliope, musa della poesia eligiaca, Urania dell’Astronomia, Tersicore della lirica corale, Erato della poesia amorosa e della mimica, Polimnia del canto sacro e della danza, Talia della commedia, Melpone della tragedia, Euterpe della lirica e del suono del flauto, Clio della storia e Apollo.
Tra le Arti Liberali si presentano la Grammatica, la Logica, la Retorica, la Geometria, l’Aritmetica, la Musica, la Poesia, la Folosofia, l’Astrologia, la Teologia. Tra le Virtù e Scienze vi sono l’Astronomia, la Cronologia, la Cosmologia, la Temperanza, la Prudenza, la Forza, la Giustizia, la Carità, la Speranza e la Fede.
Nei Pianeti figurano Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno, Ottava Sfera, Primo Mobile e Prima Causa.
Tali carte testimoniano l’interesse per questo tema a cui si dedicarono famosi artisti ed esperti dell'arte della miniatura come il presunto Andrea Mantegna, Alessandro di Bartolomeo Quartesana, Don Domenico Messere, Giovanni Di Lazzaro Cagnola.
Sono fondamentali le fonti che portano alla considerazione dei tarocchi regionali, come ad esempio il Tarocco Piemontese.
Questa presenza ha differenti ragioni, una delle quali è legata ad una lunghissima tradizione del gioco delle carte. Oltre a ciò il Piemonte rappresentò il confine di passaggio dei tarocchi dalle corti padane a quelle d’oltralpe. Queste carte ritornarono in Piemonte nel XVIII secolo, dalla Francia, ormai trasformate.
Inoltre è importante ricordare che a Monteregali (l’attuale Mondovì, nel cuneese), nel 1565, fu pubblicato il Discorso sopra l'ordine delle figure dei tarocchi di Francesco Piscina da Carmagnola, la più antica opera a stampa che trattò l’analisi del simbolismo dei tarocchi alla luce della filosofia platonica e aristotelica.
L’autore definì l’inventore dei tarocchi «buono e fedel seguace della Catholica e Cristiana fede, ma etiandio molto esperto ed eccellente de i costumi della vita civile». Questo perché a suo parere avrebbe stabilito la numerazione delle carte trionfali non in modo casuale, ma secondo un ordine ben preciso che consentisse di «mostrare molti morali ammaestramenti […], morder i cativi e pestiferi costumi, e insegnare quante azioni oggidì siano fuori del diritto e onesto governare».
Nel 1579 il duca Emanuele Filiberto decise per la prima volta di tassare le carte da gioco. Nel 1586, un nuovo editto di Carlo Alberto (succeduto al padre nel 1580) confermò il privilegio a Giovanni Battista Ferrofino, specificando inoltre che fu quest’ultimo ad introdurre «l’arte e fabbrica di dette carte et tarocchi negli Stati nostri».
La prima notizia ufficiale di tarocchi prodotti in Piemonte risale però al secolo successivo, e si evince da una lettera del 1627, con cui Carlo Emanuele concesse il privilegio di stampare tarocchi a Francesco Porro.
Nel 1737, Jean-Jacques Bonnet, proveniente dalla Provenza, ottenne per primo il permesso di installare a Torino , «per modo di esperimento» una fabbrica di tarocchi. Come ricorda lo studioso e ricercatore Giordano Berti, ciò «scatenò la protesta degli “accensatori” ufficiali della gabella», uno dei quali scrisse un memoriale ove spiegava che le fabbriche esistenti a Chambéry, Oneglia, Borgosesia e Alessandria soddisfacevano già la domanda locale.
Nel febbraio del 1761, un Regio editto di Carlo Emanuele III annunciava la nascita della Fabrique Royale, con la quale l’amministrazione sabauda tentava di assicurarsi il monopolio sulla produzione di carte comuni e di tarocchi nei suoi territori «di qua dai monti». Un mese più tardi un Manifesto camerale precisava il modello che sarebbe stato prodotto, le caratteristiche degli involti, le loro diciture etc.
Sulle fascette comparivano gli emblemi dei Savoia e la scritta TAROCS FINS seguita da alcune ulteriori indicazioni: POUR LA COUR, POUR LE JEU PUBLIC, POUR LE PARTICULIERS, POUR TURIN, POUR LES PROVINCES, POUR MONFERRAT.
La legislazione sabauda rimase fino a quando l’esercito rivoluzionario francese invase la Savoia (1792). Nel 1798, il Piemonte fu annesso alla Francia e nel 1815, dopo la restaurazione post-napoleonica, il governo sabaudo emanò nuovi provvedimenti sulla fabbricazione e sulla tassazione delle carte.
I fabbricanti erano lasciati liberi di stampare nuovi modelli con l’unico obbligo di usare una carta speciale.
Partì, in questo modo, la cosiddetta «età d’oro» dei tarocchi piemontesi, che non ha riscontro in altre regioni italiane. Basti dire che a Torino nel 1850 furono operative nove fabbriche di tarocchi; mentre nel resto della regione sorsero molte industrie, tra l’altro a Borgosesia, Ghemme, Serravalle Sesia e Vercelli; in Liguria, divenuta sabauda nel 1815, le fabbriche di carte erano almeno dieci.
Altro capitolo di massima importanza riguarda la città di Bologna. Per addentrarci in questo percorso sono illuminanti le ricerche eseguite da sir Michael Dummett e da Andrea Vitali. Questi studiosi ci permettono di ricomporre un quadro storico di grande interesse.
Alcune fonti affermano che già nella seconda metà del Quattrocento a Bologna i trionfi fossero molto conosciuti, probabilmente grazie alla presenza dell’Università alla quale accedevano studenti da tutta Europa. In questo senso, ricordiamo il famoso tarocchino bolognese ridotto a 62 carte, rispetto alle 78 del mazzo completo. Le riduzioni di mazzo, nel Cinquecento erano d’uso, e grazie a ciò dobbiamo la nascita del gioco del tarocchino, che probabilmente, già all’inizio del secolo si giocava a Bologna.
Il tarocchino bolognese attuale, è tramandato dalla prima metà del Seicento, con l'inserimento di nuove combinazioni e con l'invenzione della funzione dei Contatori. Ciascun seme ha un asso, i valori dal 6 al 10, e quattro figure.
Béghet Bagatto Il Bagatto
Murett Moretti (4 carte) Papessa - Imperatrice -Imperatore - Papa
l'Amàur L’Amore Amanti
al Car Il Carro Il Carro
la Virtò La Virtù Temperanza
la Giustézzia La Giustizia Giustizia
la Forza La Forza Forza
la Furtòuna La Fortuna Ruota della Fortuna
al Rumetta L’Eremita Eremita
al Traditàur Il Traditore L’Appeso
la Mort La Morte Morte
al Dièvel Il Diavolo Diavolo
la Tarr La Torre Torre
el Strel La Stella Stelle
Lòuna Luna Luna
Sàul Sole Sole
Mand Mondo Mondo
Anzel Angelo Giudizio
Mat Matto Matto
Una particolare caratteristica è che la serie di quattro figure maschili di pari valore, già in epoca antica presero il posto dei classici trionfi Papessa, Imperatrice, Imperatore e Papa.
All’inizio furono chiamati i Papi, ma successivamente la loro denominazione cambiò in i Mori (talora anche detti i Re Mori, o Moretti), a seguito del divieto di papa Benedetto XIII (1725) sull'uso de «il Papa» e «l'Angelo» come soggetti per carte da gioco; quest'ultimo, però, non fu mai rimosso.
Nelle edizioni moderne i Mori appaiono come tre figure diverse, di cui una è doppia.
Nelle edizioni dei secoli XVIII-XIX erano quattro personaggi differenti, ma simili, dai volti scuri, ma nel secolo successivo uno di essi venne duplicato (cioè tre soggetti diversi, uno dei quali doppio), e la carnagione non fu più rappresentata scura.
Sylvia Mann ha rilevato che il cambiamento fu compiuto nel modo più economico, in altre parole alterando le vecchie matrici, in modo da rimuovere dalle figure dei Papi i tratti specificamente papali o imperiali. Si afferma quindi un sistema molto efficace per stabilire se un mazzo di tarocchino sia anteriore o posteriore al 1725: basta vedere se contiene Papi o Mori.
Dal momento che Bologna durante il Rinascimento non ebbe una corte principesca, tale da influenzare mazzi di lusso, l'evoluzione di questo stile coté ispirarsi alle grandi famiglie governanti, anche se si possono osservare talune similitudini con i tarocchi dipinti a Ferrara. Per esempio l'Eremita non ha la lanterna, ma ha è alato, poiché derivava dall'antico nome della carta, il Tempo, dove era rappresentato un vecchio personaggio alato. Per questo, il soprannome per l'Eremita è l'Anzlaz, l’Angelaccio, mentre l'Amore è soprannominato l'Anzlen, ovvero l'angioletto per via della presenza di Cupido.
Anche il Traditore è quello dell’antica serie dei trionfi, raffigurato come un uomo a testa in giù da una forca, che successivamente cambiò il nome in Appeso.
Il trionfo XVI, in altre parole la Torre, in origine era definito la Saetta (numerato però col XV) e mostrava, in stile bolognese, una costruzione squadrata in fiamme, mentre crolla, mantenendo una forte somiglianza con la torre distrutta dal fulmine che compare nel cosiddetto tarocco di Carlo VI nel tardo XV secolo.
Occorre segnalare un’altra somiglianza nel gruppo dei tre soggetti cosmologici, cioè la Stella, la Luna e il Sole, che hanno alcuni punti di contatto con i tarocchi ferraresi, ovvero la presenza di astronomi nei primi due, e una donna con un alto fuso nel terzo.
A Bologna, il Mondo - rappresentato nelle carte ferraresi con un globo vagante nel cielo, sotto la guida di un arcangelo - appare trasformato nel dio Mercurio, ma in generale la rappresentazione di queste carte rimane molto somigliante.
Inoltre, il tarocco di Bologna fu uno dei primi ad usare soggetti a doppia testa, già dal XIX secolo.
Apparve poi un'edizione di tarocco bolognese di fantasia, realizzata da Giovanni Maria Mitelli nel tardo XVII secolo, che apportò particolari innovazioni. Il suo mazzo di sessantadue carte fu inciso su rame fra il 1663 e il 1669 per la famiglia Bentivoglio. Si conoscono esemplari colorati di questo mazzo presso il Museo della U.S. Playing-Card Company di Cincinnati, ed è stato anche pubblicato un volume di tali incisioni. Da questo testo si evince l'ordine dei trionfi in piena regola, e anche l’uso di utilizzare i Papi con lo stesso valore. Infatti, Mitelli sostituì la Papessa con un secondo Papa, differente come disegno, ma non distinguibile in base al soggetto della carta.
La prima documentazione certa dei tarocchi a Bologna è del 1459, ma le carte bolognesi a noi giunte sono del XVI secolo. Queste sono le carte «Masson» e «Rothschild» di Parigi, e una carta isolata, «Willshire» a Londra. Tutte le carte sono trionfi, senza numeri. Quelle nel foglio della collezione Rothschild sono, nella fila superiore da sinistra a destra, la Torre, la Stella e la Luna, mentre, nella fila inferiore, il Diavolo, il Carro e la Morte. Quelle sul foglio Beaux Arts sono, nella fila superiore, il Sole, il Mondo e l'Impiccato, e, nella fila inferiore, la Ruota, l'Angelo e l'Eremita.
In tutti i casi, tranne uno, i disegni su queste carte assomigliano a quelli delle corrispondenti carte della forma seicentesca del tarocco bolognese. L'eccezione è il Diavolo, il cui disegno differisce totalmente da quello dei mazzi successivi. Questa notevole somiglianza conferma che queste carte Rothschild/Beaux Arts sono i più antichi esempi superstiti del modello standard bolognese.
Sempre nel 1459, a Bologna, fu denunciato il furto di «unum cartarum a triumphi», mentre nel 1477, un registro fiscale indicava i prezzi delle «carte da zugare depinte et stampide», sottolineando che i trionfi costano di più delle carte comuni solo per il maggior numero.
Sono da ricordare, per via della loro bellezza, i tarocchini bolognesi «Montieri» impressi da Lelio della Volpe nel 1725 e le carte «Al Leone» del 1770. I «Germini» sono menzionati a partire dal 1543 (Pietro Aretino, Le carte parlanti) come un adattamento tipico fiorentino del tarocchino bolognese, ma probabilmente la loro origine è di qualche decennio più antica. Dal XVII secolo, presero il nome di Minchiate ed ebbero un grande successo e un’intensa diffusione nazionale ed internazionale.
A proposto dei tarocchini bolognesi «Montieri», occorre ricordare un particolare avvenimento. Nei secoli XVII e XVIII i tarocchi geografici ed araldici, denominati didattici, ebbero una grande espansione per via delle informazioni che riportavano. Solo nella parte più alta della carta vi era la denominazione della stessa. Ecco allora presentarsi il canonico Luigi Montieri che produsse un mazzo di tarocchini del tipo appena descritto. Appena il mazzo fu posto all’attenzione del papato affinché ne avvallasse la diffusione, avvenne una pesante diatriba, in quanto nelle raffigurazioni risultava che Bologna aveva un governo misto. Consideriamo il fatto che la città era sotto il governo dello Stato Pontificio, ma godeva di una certa autonomia. In pratica la faccenda finì con il rogo di questo mazzo di carte e l’arresto del canonico. Ciò fu decretato ufficialmente dal cardinale Tomaso Ruffo, attraverso una bolla del 12 Dicembre 1725 che «condannava le carte di Montieri per mille irregolarità vane, ed improprie Idee, degne del più esemplare castigo, come altresì di darle alle fiamme, e di proibirne affatto l'uso, e il commercio con pubblico nostro Editto».
Tuttavia un procedimento di questo tipo non sarebbe stato gradito alla città, che comunque presentava caratteri di forte indipendenza, per cui si preferì non sollevare le eventuali animosità. Per questo motivo, il canonico fu liberato, ma fu ordinato di sostituire i quattro Papi con i quattro Mori, e una Dama al posto dell’Angelo. Montieri accettò la prima richiesta, ma non acconsentì alla seconda, per cui nelle carte apparvero i quattro Mori, insieme all’Angelo, elemento che sottolineò ancora che a Bologna vigeva un governo misto.
Un altro particolare avvenimento è legato alla figura di san Bernardino, che - a Bologna - fece invettive contro i tarocchi e il gioco effettuato con gli stessi e, per questo motivo, fece organizzare, nel 1423, il cosiddetto «rogo del castello del Diavolo», in piazza Maggiore.
Questo fu un vero e proprio rogo sul quale furono bruciati tutti i tarocchi della città, affinché i cittadini potessero assistervi e comprendere il monito che ne sortiva. Infatti, Bernardino in una delle sue prediche sosteneva:
«Poi (il diavolo) volse fare i cardinali, e sono quelli che vendono le baratterie. Vescovi sono chi compra le baratterie, e anco barattieri e giocatori. El vicario si sono i bari e la berta…le pievi son le taverne e i postriboli. I popoli so’li briachi che vanno a tali chiese contrari a Dio».
Bernardino da Siena, Le prediche volgari del 1425 in Siena
Dopo questo sermone, la gente portò oggetti da gioco - dadi, tabelle da tavola reale, carte - in piazza davanti alla chiesa di San Petronio, per darli alle fiamme. Appaiono però differenti versioni, come si evince dall’Acta Sanctorum Bollandista, che racchiude tre visioni diverse della vita del Santo. Nella prima versione, fra gli oggetti destinati al falò, sono elencati «triumphales charticellae», cioè carte da tarocchi. Nella più antica tra queste, appaiono invece solo «naibes», ovvero carte da gioco normali, insieme ai dadi e alle tabelle da tavola reale. Anche nel suo sermone, Bernardino si riferisce al gioco delle carte, ma non ai «triumphi», pur nominando «reges atque reginae (Re e Regine), milites superiores et inferiores (soldati superiori e inferiori)» dimostrando di conoscere mazzi con quattro figure per seme.
Occorre considerare che il gioco delle carte era molto diffuso e quindi vi erano molti fabbricatori che vivevano sulla stampa di queste carte. La leggenda vuole che uno di questi si lamentò con lo stesso Bernardino, non sapendo più che lavoro fare, dopo il rogo.
Il Santo gli suggerì di sostituire l’icona del Sole, nell’arcano omonimo XIX dei tarocchi, con la dicitura IHS. L’artigiano seguì il suo consiglio e fu un vero successo, al punto che da quel momento sembrò nascere la tradizione dei santini!
Un altro fatto riguarda l’origine stessa dei tarocchi e, per questo, occorre andare in via Galliera, presso Palazzo Felicini, dove abitò la famiglia Fibbia Castracani.
L'occultista Oswald Wirth, nella sua opera magna sul mondo dei tarocchi, collocò la nascita delle carte da gioco e del tarocchino a Bologna, per mano di Francesco Fibbia Castracani), che in città abitò proprio nel suddetto palazzo, che la leggenda colloca come il luogo in cui Leonardo da Vinci dipinse la Gioconda.
In questo palazzo un dipinto reca un'iscrizione dove si legge:
«Francesco Antelmitelli Castracani Fibbia, principe di Pisa, Monte Giori, e Pietrasanta, e signore di Fusecchio, filio di Giovanni, nato di Castruccio duca di Lucca, Pistoia, Pisa, fugito in Bologna datosi a Bentivoglij, fu fatto Generalissimo delle arme bolognese, et il primo di questa famiglia che fu detto in Bologna Dalle Fibbie, ebbe per moglie Francesca, figlia di Giovanni Bentivoglij. Inventore del gioco del tarocchino in Bologna dalli XVI Riformatori della città ebbe per privilegio di riporre l'arma Fibbia nella Regina di Bastoni e quella della di lui moglie nella Regina di Denari. Nato l'anno 1360 morto l'anno 1419».
Questa tradizione è poi contraddetta dalla storia, che attesta la presenza di un membro della famiglia Fibbia Castracani a Bologna solo nel 1441, cioè ventidue anni dopo la morte di Francesco, contribuendo ad avvalorare l'ipotesi, che si tratti di un falso progettato solo nel XVII secolo, epoca a cui risale il dipinto, creato per valorizzare il casato.
Probabilmente si cercò, attraverso questo personaggio, di esaltarne una provenienza legata al mondo dei Crociati e più occultamente alla conoscenza dei Templari, di cui Francesco Fibbia Castracani sembra fosse venuto in possesso segretamente.
È possibile che il principe Fibbia sia stato l'inventore del gioco dei tarocchi, non della variante bolognese, ma del gioco stesso, la cui origine dovrebbe essere anticipata a prima del 1420. Infatti, non è da escludere che colui che formulò la leggenda sul ritratto di Fibbia non avesse chiara la differenza fra l'invenzione dei tarocchi e l'invenzione del tarocchino.
Inoltre, l’arcano XII dei tarocchi, ovvero l’Appeso trova relazione in un affresco di Giovanni da Modena, dipinto nel 1410, attualmente presente all’interno della Cappella Bolognini, nella basilica di San Petronio.
L’affresco mostra la visione dell’Inferno, ove due uomini sono appesi per un piede ai rami di uno stesso albero, uno di questi appare di fronte, mentre l’altro di schiena. Le loro teste sovrastano quelle dei dannati, immersi nell’acqua fino al petto, che guardano a loro volta i volti degli appesi.
La colpa è decretata da una scritta: idolatria, mentre un’altra scritta appare sopra ai dannati: «Ninusrex», che si riferisce alla più grave idolatria, ovvero quella del fondatore di Ninive, la città ove si praticavano maggiormente questi eresie rituali. Alcuni esoteristi interpretarono anche la forma delle gambe di questi appesi, che richiama la croce, anche se occorre considerare che questa postura era necessaria per via della posizione dolorosa in cui si trovavano.
Per concludere, la figura dell’Appeso divenne sinonimo di dolore e sofferenza, caratteristiche ancora presenti nell’analisi interpretativa di questo arcano maggiore dei tarocchi.
Altro particolare tema nella storia di queste carte è quello dei «tarocchi appropriati» che furono presenti a Bologna più tardi che altrove, e non sempre in versi. Lodovico Frati, in un elenco manoscritto del 1668, ricorda: «si definivano alcune dame colle carte del gioco dei tarocchini. Donna Cristina di Nortumbria era battezzata come l'Angelo e la contessa Palmieri Fava come il Diavolo».
Poi ancora: «'I trionfi dei tarocchini Appropriati ciascheduno ad una Dama Bolognese', è composto di due parti distinte: la prima parte elenca le corrispondenze fra i trionfi e le dame, e la seconda fornisce in prosa una spiegazione della corrispondenza proposta, talvolta crudele; per esempio, il Diavolo è assegnato alla contessa Baldi “perché di spaventevole deformità, e bruttezza”. Questa sgradevole composizione è conservata in manoscritto e fu redatta senza dubbio prima del 1725, poiché include fra i trionfi i ‘quattro Papi’».
Un altro esempio bolognese appare in un sonetto satirico, Il giuoco de tarocchini sopra Michele Tekeli Ribello. Questo manoscritto dell’ultimo decennio del XVII secolo, usa i nomi di tutti i trionfi in sequenza, salvo il fatto che c'è un solo Papa, seguendo la matrice dei tarocchi bolognesi. Questa sequenza aveva lo scopo di inveire contro il traditore ungherese Imre Thokoly (1657-1705), che si era battuto accanto ai Turchi contro la liberazione della sua patria.
Infine, ricordiamo altri due manoscritti, datati dopo il 1725, che trattano rispettivamente Thrionfi de tarocchi e motivi latini appropriati a ciascuno dei canonici di San Pietro e trionfi dei tarocchini. Il primo raccoglie un elenco in tre colonne, dove nella prima è scritto il nome di un trionfo, nella seconda quello di un canonico e nella la terza un motto latino. Il secondo manoscritto è un elenco di dame bolognesi, con i trionfi corrispondenti.
In epoca più recente, ovvero verso la fine del XVIII secolo, i fabbricanti di carte bolognesi iniziarono la loro pratica di numerare i trionfi. Furono aggiunti i numeri arabi dal 5 al 16 ai trionfi dall'Amore alla Stella, mentre i quattro trionfi più alti e i cinque più bassi furono lasciati senza numero. Questa numerazione è presente nell'unico gruppo di carte dipinte a mano in cui i trionfi siano numerati, i cosiddetti tarocchi di Carlo VI, che presentano molte affinità con quelli bolognesi.
Nel 1831, in Memorie spettanti alla Storia della Calcografia, il conte Leopoldo Cicognara descrisse un mazzo di tarocchi di tipo classico del XVI secolo, composto da settantotto carte - ora perduto - con illustrazioni di sei carte, i quattro Assi, l'Amore e il Sole, che assomigliano a quelli del mazzo attualmente a Rouen. Solo il Matto si differisce, in quanto si trova a terra ubriaco e sostiene una botte con la scritta Moscatello.
Appaiono poi molti testi che trattano le regole per il «dilettevole giuoco dei tarocchini». Il più antico di tali resoconti è opera di R. Bisteghi, Il Giuoco Pratico, di cui furono stampate molte edizioni e la cui prima edizione fu pubblicata anonima a Bologna nel 1753. L’anno successivo seguì un resoconto monografico più dettagliato ad opera di Carlo Pisarri, pubblicato anch'esso anonimo. In queste opere è dato per scontato che non ci siano i numeri sui trionfi e che il giocatore debba imparare a memoria l'ordine.
Il gioco praticato oggi a Bologna, appare molto simile a quello del passato, come l’assegnazione dei punti e il fatto di giocare in quattro e in coppie fisse, come il Bridge.
Tra il 1760 e il 1780, quando le figure, gli Assi, i trionfi e il Matto divennero a due teste, il tarocchino bolognese fu una delle prime forme di mazzo di carte a subire questa trasformazione. Questo cambiamento si diffuse con fatica e in Inghilterra fu accettato solo verso il 1860, mentre negli Stati Uniti verso il 1870.
Ciò conferma il particolare tradizionalismo da parte dei giocatori, ma anche il loro senso estetico.
Poco tempo passò dopo questa innovazione, che il tarocco bolognese ne accettò un’altra, che già vigeva in altri mazzi di tarocchi, ovvero la presenza di numeri sui trionfi. I numeri dal 5 al 16 furono aggiunti ai trionfi compresi fra l'Amore e la Stella. Nel 1862, quando fu introdotto il timbro fiscale governativo per le carte da gioco, l'Asso di Denari fu ridotto entro il cerchio consueto per fare spazio al timbro. Oltre a ciò i secoli XIX e XX non hanno portato cambiamenti al mazzo, che continua ad essere usato sia a Bologna che nelle vicine località con l’impeto di far vivere ancora una delle storie più importanti del passato.